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Il Giardino dei giochi dimenticati

Giorgio F. Reali e Niccolò Barbiero

Salani - Collana Laboratorio Salani
Argomento: Sperimenta, ritaglia e crea
Descrizione: "Noi ci divertivamo di più" Introduzione di Stefano Bartezzaghi Quand'ero piccolo io non c'era il game Boy. Non c'erano neppure i computer, la playstation, i videoregistratori, l'"happy meal" di McDonald's, i Pokémon, i cartoni animati tutto il giorno in tv. Però c'erano già i grandi che mi dicevano che quando erano piccoli loro non c'erano ancora i giochi che avrei avuto io: il Lego, le figurine Panini, i trenini elettrici, il subbuteo...Ai loro tempi c'erano molte meno cose, quelle che c'erano erano più povere, eppure (così finiva sempre il loro discorso) "noi ci divertivamo di più!" Quando vedo i bambini giocare a quei giochi che io non ho avuto non penso che io mi sono divertito di più, o almeno non lo penso proprio tutte le volte. Sono invece sicuro che deve essere bello avere sette anni e un Game Boy in mano. In quanto ai sette anni non ci si può far niente, ma in quanto al Game Boy...Ci si proverà gusto anche da grandi? per molti è così. La grande novità infatti non è il Game Boy: l'invenzione di oggi è che anche i grandi vogliono giocare. I grandi normalmente non vogliono giocare in giardino, nel cortile della scuola durante la ricreazione: vogliono giocare con il proprio computer, quando guardano la televisione, quando parlano di argomenti seri, quando lavorano. Spesso i giochi sono versioni in piccolo di oggetti che fanno parte della realtà quotidiana dei grandi. Da che esiste l'automobile esistono anche le macchinine, da che esistono i treni esistono anche i trenini. Bambole, soldatini, figurine, mattoncini, pistolette: così si impara a dominare il mondo. però se pensiamo al telefono cellulare dei grandi si chiama "telefonino", come se fosse un giocattolo, e i grandi infatti lo usano così: come un giocattolo. Esistono i telefonini giocattolo anche per i bambini. Ma già il telefonino dei grandi sembra un gioco, con i suoi colori, le diverse funzioni, le suonerie spiritose (ora sono in treno e sto scrivendo: davanti a me c'è un signore di cinquant'anni che fa importanti telefonate d'affari con un telefonino da cui, ogni volta che squilla, si sente una musica disneyana. Topolin, Topolin, viva Topolin: poi lui risponde, e parla con voce serissima di euro, di clienti, di appuntamenti, e di molte cose importanti che non funzionano). Cosa ne pensano i bambini di un mondo dove i grandi giocano e vogliono divertirsi di più dei bambini? Forse questo libro è stato scritto nella speranza che i bambini si appassionino così tanto a quei giochi da dimenticarsi del Game Boy e delle Barbie, e da lasciarli agli aautori del libro stesso. Facciamo scambio: noi vi insegniamo a giocare con i nostri giochi e voi ci lasciate giocare con i vostri. O forse - e questa è l'ipotesi che mi sembra più probabile - questo libro è esso stesso un gioco. Facciamo il gioco di giocare ai giochi di una volta: inventiamo una scuola, con il titolo pomposo e scherzoso di Accademia, per giocare con le biglie, alla tippa, a nascondino, per giocare a ricordarci i giochi che avevamo dimenticato. Spesso questi giochi vanno preparati o anzi costruiti. Io mi ero dimenticato del rocchetto: in un libro che avevo da bambino si spiegava come costruirsi un rocchetto-toboga (sono parole che per me non avevano un significato preciso, ma solo un suono). Questo rocchetto doveva servire per giocare fra le lenzuola, quando ci si ammalava e si stava a casa da scuola. Non sono mai riuscito a costruirlo, e mi sono sempre ammalato invano. in questo libro ho riletto la spiegazione e forse la prossima volta che prendo l'influenza proverò di nuovo a fare un rocchetto. Ma non dovete pensare che siano giochi per quando ci si ammala. Sono giochi che fanno usare le mani, che fanno stare assieme, che nella maggior parte dei casi si fanno all'aria aperta. Nè le mani, nè lo stare assieme, nè l'aria aperta apaprtengono a un monfdo "vecchio": appartengono al mondo, e questo dovrebbe bastare per aver voglia di giocarci. I due autori hanno giocato al gioco di ricordare vecchi giochi, hanno giocato al gioco di scrivere questo libro: volevano forse dominare l'idea che ogni generazione si diverte meno della precedente. I lettori, a qualsiasi generazione appartengano, possono fare il gioco di leggere, di raccogliere i materiali necessari, di costruire questi giochi. giocare il gioco di divertirsi come un tempo: e come sempre. Stefano Bartezzaghi
2004 pagg. 205


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