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Senza patria

Parte 3
Il discepolo della Scienza dello Spirito, nel suo lungo e diuturno anelare lungo la <via mistica>, ad un certo punto della sua vita, sente di esser proprio un <senza patria>. Si è talmente immedesimato ed intessuto coi fatti del mondo, da sentirsi <a casa sua> dovunque.
Questa condizione è resa così bene nella tenzone fra <Paura> e <Sicurtà> nel <Tesoro> di Brunetto Latini, il venerando iniziatore di Dante alle arti liberali, là dove alla minaccia della Paura:
“Sarai cacciato in esilio”,
la Sicurtà risponde:
“Non la Patria mi potrà essere contesa, ma i luoghi: poiché tutto ciò che è sotto il cielo è per me Patria.............Tutte le terre sono Patria per il galantuomo, come per i pesci il mare”.
Ed in verità, nulla di meglio potrebbe essere detto per descrivere tale condizione, nella quale “Tutto è Patria”. I luoghi, pur nella loro grande diversità, sono tutti egualmente favorevoli al lavoro e sviluppo, in quanto il discepolo non dipende più da essi, che valuta in egual misura, quali momenti diversi di un itinerario interiore.
Ne <Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister>, Goethe accenna velatamente, con brevi tratti, però ripetutamente, al <peregrinare> (<wandern>), al <Grande Sodalizio Peregrinante>,:
“La mia vita deve diventare un Peregrinare: strani doveri del Peregrinare: devo adempiere e sostenere molte prove
unitamente al <rinunciare>, del quale scrive dell’
“Alto senso del Rinunciare, in virtù del quale solamente è pensabile la vera entrata nella vita>
L’opera si chiude con una poesia:
Non rimanere attaccato al suolo
Fresco ardisci e fresco va fuori!
Mente e braccio con liete energie,
Ovunque son di casa
Dove noi ci rallegriamo del sole,
Liberi siamo da tutte le cure.
Per disperderci in essa,
Perciò è tanto vasta la terra.
In altro luogo scrive:
“Si è detto e ripetuto: <dove sto bene, lì è la mia patria!>.
Certo , questa sentenza confortante sarebbe ancor meglio espressa, se si dicesse:
<Dove io sono utile, lì è la mia patria!>
Se affermo ora:
<ognuno si adoperi ovunque si trova a sé ed agli altri>,
questo non è un precetto né un consiglio, bensì l’espressione della vita stessa.

Ora essere un <senza patria> richiede dei doveri singolari verso le comunità entro le quali ci si inserisce. Molto difficile è la cosiddetta <integrazione>, così che si rimane estranei nel paese diverso, non accettandone i costumi, ad esempio, la mentalità, le tradizioni. Così succede spesso che l’emigrato porti con sé un pezzo del paese d’origine, come si nota in varie nazioni, dove gli stranieri si riuniscono in quartieri propri mantenendo le proprie tradizioni.
L’atteggiamento più idoneo sarebbe quello manifestato, ancora una volta, da Goethe, e che fa da sfondo al suo <Viaggio in Italia>. E’ singolare come egli si inserisca sempre con grande apertura e positività nelle usanze dei luoghi, che cerca di capire e di rivivere. E’ chiaramente un vivere <entro le forze dell’Io>, dello <spirito nell’uomo> e non del <corpo>. Questo soltanto può essere legato ai <luoghi> ma non <l’Io>.
Non è affatto un atteggiamento facile.

Rudolf Steiner, parlando del <tedesco> in quanto <portatore dell’Io> appunto, , e non di una particolare forma di <anima> con le sue caratteri stiche peculiari: senziente, intellettiva, cosciente; ma dell’<IO> il quale per la sua stessa posizione entro il complesso umano, entra e si <adatta> alle varie forme dell’anima; Rudolf Steiner dice che il <tedesco> sarebbe quello che,appunto come Goethe, si inserisce in ogni nuovo e diverso ambito sociale, così come l’Io nelle diverse anime. Ma evidentemente Goethe è stato una luminosa eccezione, poiché abbiamo sperimentato che il <tedesco> impone il suo essere ovunque vada, e lo impone con autorità e durezza, facendo di ogni territorio la <germania>.
Si evidenzia così che, effettivamente, soltanto un discepolo dello spirito può giungere a quella maturità interiore che gli fa accogliere ogni <luogo> come sua patria, poiché in esso come <Io-Spirito> egli si dimostra sempre <utile agli altri> e non <impone sé stesso>.
Il collegamento con il paese natale può essere così superato ed ampliato in quello dell’intera terra come <luogo>. Però il legame interiore misterioso e profondo con lo <Spirito di popolo> e sopratutto con lo <Spirito del linguaggio> permane, poiché basta leggere uno dei poeti o prosatori che, ecco, il legame spirituale si manifesta in modo immediato e muove interiormente segrete e misteriose rimembranze. E questo poiché:
“L’uomo deve amare intensamente la propria lingua, poiché alte Entità sono rimaste indietro per amore, rinunciando al loro sviluppo superiore, affinché l’uomo potesse svilupparsi in saggezza......... .....quando nel linguaggio ben formulato si ripercuote il pensiero. Allora nel nostro “pensare derivato dal parlare” vive un elemento arcangelico>.
“Mentre l’italiano parla e intrattiene la propria vita mediante il respiro, l’Anima di Popolo misteriosamente sussurra un lui, parla nel suo subcosciente”. dovunque egli si trovi.
Quindi, con Brunetto Latini diciamo:
<non i luoghi sono la mia Patria, poiché dovunque io sia, lo Spirito del mio Popolo e del mio Linguaggio operano in me, dovunque io sia>.
In <Missione delle singole anime di popolo> troviamo le parole:
“Ad un certo grado dell’evoluzione mistica oppure occulta, si viene chiamati <senza patria>............Viene chiamato <senza patria> chi, nella sua conoscenza e concezione delle grandi leggi dell’umanità, non è influenzabile da tutto quanto lo lega al suolo sul quale vive secondo nazionalità. <Senza patria>, si può anche dire, è colui che è in grado di accogliere in sé la grande missione dell’umanità complessiva, senza che si frammischino le sfumature dei sentimenti e sensazioni particolari che legano al suolo ove egli è nato.
“In sostanza, il passaggio per il gradino di <senza patria>, è - o almeno può essere - una via per ritornare poi nuovamente all’essenza del popolo e ritrovare l’accordo con quanto nell’evoluzione umana è legato a un determinato suolo”.

E’ così chiaramente una sorta di <passaggio interiore>, per poi ritornare a collaborare con lo <Spirito del proprio popolo>, con una <autocoscienza nazionale> rinnovata, come viene chiarito nel seguito del testo.

Tale passaggio interiore significa anche conquista. L’essere “senza patria” comporta la creazione di una “patria spirituale” nel mondo superiore, nota come il “formarsi una capanna”,una “dimora cosmica” alla quale rifarsi, concentrarsi, riposarsi per poter procedere oltre con rinnovata energia e saggezza.

Claudio Gregorat

Claudio Gregorat
nato a Chiopris-Viscone (Udine) nel 1923, inizia giovanissimo gli studi musicali.
A 14 anni tenta la prima composizione e studia pianoforte e violoncello.
Più avanti continua gli studi di composizione ma, a causa della guerra, in modo piuttosto discontinuo, per cui si ritiene un autodidatta, pur avendo frequentato il corso di perfezionamento di composizione all'Accademia Musicale di Siena e il corso di direzione d'orchestra.
Fonda e dirige per vari anni il Coro Universitario Romano.
Più tardi è direttore del Coro del Teatro dell'Opera del Cairo. Abbandona poi questa attività per dedicarsi alla composizione.
Ha al suo attivo circa 150 opere di vario genere: solistiche, da camera, corali e sinfoniche.
Ha scritto numerosi saggi su questioni musicali e vari libri.
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