Articoli

Non ricostruiamo le torri gemelle. Considerazioni sulla crisi mondiale dopo l’11 settembre

di: Dario Bressan

pubblicato da: Dario Bressan

I recenti avvenimenti presentatisi sulla scena mondiale sono stati di una drammaticità tale da non permettere a nessuna persona dotata di senso di responsabilità di rimanervi indifferente.
Anche se credo che sia impossibile per chiunque prevedere quale potrà esserne l’evoluzione e quali scenari si succederanno nel prossimo periodo, ritengo tuttavia che, prendendo spunto dalla situazione attuale, si possano fare delle considerazioni valide a prescindere dagli esiti della crisi.
Iniziamo ponendoci alcune domande. La prima è: chi sono i contendenti della guerra a tutt’oggi ancora in corso?
Su questo quesito si è scritto e parlato moltissimo. E’ stato più volte ribadito che è una guerra anomala, in cui non vi è una chiara definizione di due stati o di due coalizioni in lotta; non è neanche stata fatta una vera dichiarazione di guerra; è stato più volte ribadito che non è una guerra dell’Occidente contro il mondo Islamico, ma che è una guerra contro il terrorismo. D’accordo, ma vorrei lasciare ad altri questo tipo di valutazioni per cercare di fare un passo in un’altra direzione. Chiediamoci innanzi tutto quindi quali realmente siano le forze in campo.
Da una parte abbiamo gli Stati Uniti d’America con il loro potente apparato bellico, tecnologicamente avanzatissimo, anzi proprio espressione dell’elevata qualità del loro sviluppo industriale. Si può dire senza timore di venir smentiti che proprio in questa parte del mondo occidentale il progresso tecnologico e scientifico ha toccato le sue vette più alte, portando i frutti più pieni che il pensiero tecnico-materialistico ha potuto portare all’umanità. Ma proprio tale asserzione ci porta a vedere come in tale direzione si manifestino potenti forze arhimaniche che sono la guida dell’uomo nel suo cammino dentro la materia. Alla società e alla cultura americana l’umanità deve andar riconoscente perché essa ha saputo esprimere nel modo più completo le potenzialità del cammino evolutivo percorribile basandosi su ciò che è pesabile e misurabile. Ma dobbiamo anche riconoscere quali potenze ne siano le occulte ispiratrici.

Più difficile è analizzare il retroscena dell’altra fazione. Il terrorismo è, almeno per il momento, l’arma da essa prescelta, ma il fatto che il terrorismo sia in concreto l’effetto dell’azione di pochi individui non deve far misconoscere che pur sempre esso affonda le sue radici in una realtà più vasta, quindi in una determinata cultura, in un’ideologia; scrive Giorgio Vercellin (1) : " la guerra in quanto conflitto armato può concretizzarsi nelle battaglie dove vigono più o meno precise regole e dove si affrontano eserciti regolari, organizzati e guidati da detentori del potere, oppure può manifestarsi come guerriglia o addirittura come terrorismo. Tutte queste forme, e altre, sono in effetti nient’altro che conflitti armati fra due o più contendenti volti a far trionfare un gruppo politico rappresentante un insieme di interessi sociali o economici o un’ideologia". Non esiste dunque terrorismo che non abbia moventi sociali o ideologici radicati nella cultura di cui pretende essere il rappresentante. E’ vero quindi che Bin Laden è stato favorito nella sua ascesa dagli Stati Uniti ed è al comando di un impero economico fra i più cospicui della terra, ma è vero anche che ha potuto compiere le azioni che gli vengono addebitate solamente in quanto inserito in un determinato panorama culturale: se la sua fosse stata una iniziativa personale sarebbe stato considerato comunque un pazzo isolato. Quindi se da un lato è vero che non si tratta di una lotta del mondo islamico contro il mondo occidentale, dall’altro è in esso che dobbiamo cercare altri elementi che ci aiutino a completare il quadro della situazione.
E’ estremamente arduo definire il mondo islamico. Una sua qualità può anzi proprio essere quella di presentarsi in modo cosi’ variegato: le numerose sette, la varietà dei popoli e delle relative tradizioni che riunisce, le differenti letture del dettato del Corano valgono a darne un esempio; ci siamo familiarizzati con il termine di jihad, ma rimaniamo disorientati dalle varie sfumature con cui viene presentata: ora come impegno e sforzo personale sulla via di Allah, ora come guerra santa. Il mondo islamico ci appare ora come pacifico e tollerante, ora come pronto ad affermare la parola del Profeta con le armi. Un dato, però, è comune a tutto il mondo islamico, ed è evidenziato dal fatto che se noi vogliamo avvicinarci ad esso per comprenderne i moti interni, le motivazioni, dobbiamo prendere in mano il Corano, dobbiamo partire dall’elemento religioso.
Se guardiamo le cose da questo punto di vista, quello cioè di essere una realtà nella quale viene sentita fortemente e in modo molto più diffuso e profondo, rispetto alle popolazioni occidentali, la motivazione religiosa nelle proprie azioni, la guida fin nel quotidiano della parola di Dio, allora ci appare quello che può essere ritenuto un comune denominatore dell’Islam.
Questo elemento, originariamente, era comune a tutta l’umanità: "Nei tempi antichi qualcosa di sovrumano colmava l’uomo" (2). Originariamente infatti una saggezza meravigliosa fluiva agli uomini dalle divinità, e da essa gli uomini traevano le fonti per il loro comportamento e perfino per l’assetto sociale delle loro comunità. Tali guide originarie dell’umanità erano in realtà esseri luciferici che allora compirono la loro missione per il bene dell’umanità. Ora il loro compito di guida è terminato, ma ancora, specialmente in alcuni gruppi di uomini, si sente fortemente l’influsso di tale somma saggezza. Tale è la radice della forza dell’Islam, come anche di numerose culture orientali di cui molti nello stesso occidente sentono il fascino. Ora, quindi, ci troviamo di fronte ad una guerra in cui dietro agli accadimenti esteriori si configura un quadro più complesso: potenti forze arhimaniche da un lato, luciferiche dall’altro paiono muovere gli eventi verso quella che potrebbe divenire una immane catastrofe per l’umanità.
Ora poniamoci una seconda domanda: dove possiamo ricercare il Bene, di fronte ad avvenimenti di tale drammaticità come gli attentati terroristici o la guerra? Quale può essere la risposta, la nostra posizione di fronte a tali avvenimenti?
Stiamo assistendo al diffondersi sulla Terra del dolore e della morte; i morti delle Torri Gemelle, quelli in Afghanistan sotto i bombardamenti; altri ne seguiranno, e il Male pare esprimersi nel modo più palese. Di fronte a tali avvenimenti l’opinione pubblica è divisa: occorre rispondere con la guerra? Bisogna scegliere la pace ad ogni costo? Ogni risposta in realtà è insoddisfacente: si ha la sensazione che con nessuna si riesca a cogliere nel segno, ad avere l’atteggiamento giusto. E’ giusta la fermezza, colpire gli assassini, coloro che si sono resi protagonisti di una strage di tale portata nei confronti di uomini inermi? Oppure occorre invece rifiutare quella che può facilmente suonare come una vendetta, una miccia che possa innescare ulteriori stragi, e ricercare la soluzione attraverso il dialogo?

Chiediamoci : quando siamo di fronte ad un avvenimento che ci si manifesta come Male, di fronte a che cosa, in effetti, siamo? La risposta è che siamo di fronte ad una realtà incompleta, ad una manifestazione caotica che si presenta come tale perché in attesa della sua intuizione risolutiva. Pensiamo ad una malattia, a una crisi nella vita individuale: che cosa sono se non una possibilità, e sottolineo possibilità, che si presenta nella vita di un individuo per consentirgli di fare un progresso nella sua crescita personale?
In realtà, quindi, di fronte ad un avvenimento che ci si presenta come Male, dobbiamo pensare che l’elemento intuitivo che possa volgerlo al Bene di fatto ancora non esista! Lo dobbiamo far nascere e formulare noi, traendolo dalla nostra interiorità. Quindi non lo dobbiamo ricercare fra le soluzioni conosciute. Li’ non lo troveremo mai!
Il Male, il dolore nascono solo per risvegliare nell’Uomo l’ urgenza di far incarnare nella realtà, individuale o sociale che sia, un contenuto di pensiero, un’ideale, che al momento della crisi ancora non esiste sulla scena: questo è il compito dell’umanità, in ciò si esprime il compito creativo dell’uomo: nel portare incontro alla realtà esterna, specialmente quando si presenta caotica o, come in questo caso, drammatica, il proprio pensiero intuitivo. Questo significa amare un avvenimento: entrare dentro di esso fino a far sorgere nella propria interiorità l’elemento mancante. Cioè volgere il Male in Bene.
Poniamoci ora una terza domanda, che voglio formulare in modo volutamente provocatorio, ma che è necessario porci prima di giungere alle conclusioni: dove è l’Europa?
Potrebbe apparire una domanda posta in modo non corretto, ma in effetti, se guardiamo la realtà mondiale non dal punto di vista geografico ma da quello culturale, si vede che non è poi tanto sbagliata.
Dov’è l’Europa? Sta cioè svolgendo quello che dovrebbe essere il proprio compito, anche verso gli altri popoli? Tale domanda può apparire incomprensibile ove non si consideri che ogni popolo ha nei confronti dell’ evoluzione della Terra una missione da compiere, e che tale missione ha importanza non solo per quel popolo, ma per tutti gli uomini (3). Certo, non si può parlare per l’Europa di un unico popolo che la compone, ma è pur vero che essa si trova in una posizione mondiale del tutto peculiare.
Essa infatti occupa il centro, sia geograficamente che culturalmente, fra le due polarità della Terra, e i popoli europei sentono nel profondo del loro animo di non appartenere né all’una né all’altra realtà. Né l’esaltazione unilaterale delle qualità individuali, né la sottomissione e l’ubbidienza ad una guida divina superiore sono modelli culturali e sociali a cui l’uomo europeo di oggi sente di appartenere. Tuttavia, al di là della realizzazione di una parvenza di autonomia organizzativa a livello economico con la nascita della moneta unica, non sembra profilarsi all’orizzonte una realtà sociale e culturale originale in Europa; anzi, sembra quasi che larghi strati delle popolazioni residenti non ne sentano neanche l’esigenza. Rudolf Steiner disse in una conferenza che se l’Europa non fosse stata in grado di dar vita e sviluppare nel proprio interno un nuovo modello di vita sociale e culturale, sarebbe stata assorbita nell’orbita dell’America, riducendosi a svolgere un ben misero ruolo di suo satellite; purtroppo dobbiamo riconoscere che, a tutt’oggi, sembra che quella previsione debba avverarsi.
Con questo non si vuol dire nulla di male contro la cultura di oltre oceano, ma si vuol solo stimolare una riflessione. Di fronte alle tensioni create sul fronte mondiale, non solo dal punto di vista politico ma anche e soprattutto da quello economico, fra gli opposti blocchi presenti oggi, l’Europa si è trovata impreparata a dare una risposta diversa, nuova, che sapesse offrire soluzioni ai problemi posti in essere dallo sviluppo mondiale. Tali soluzioni vengono invece ancora ricercate in modelli vecchi e superati, basati in campo politico di volta in volta sulle diverse tesi di ispirazione liberale o socialista o democratica di tipo federalista o meno, ma senza riuscire a giungere a proposte realmente valide e soddisfacenti. In campo economico non si è in grado di proporre alternative al modello capitalistico: l’unica strada tentata, quella del marxismo, è franata sotto il perso dei limiti del suo pensiero che non coglie la profonda realtà dell’uomo. Anche in campo scientifico l’Europa non batte certo sentieri originali, ma segue i canoni di una ricerca dettata dagli interessi economici e dal pensiero materialistico. Né vediamo qualcosa di diverso nel pensiero pedagogico, dove non si riesce a concepire qualcosa che non sia l’addestrare i giovani ad entrare negli apparentemente ben lubrificati ingranaggi economici. Conclusioni: abbiamo visto che di fronte alla crisi attuale la soluzione deve essere cercata in un impulso sociale nuovo, se non si vuole che a breve termine ricompaiano altre crisi potenzialmente più gravi. Abbiamo visto come America e Mondo Orientale in generale abbiano compiuto in un certo modo il loro cammino. Abbiamo altresi’ visto che, nel panorama mondiale, l’elemento carente è proprio la nostra Europa che stenta a saper svolgere un ruolo diverso e originale. Ma come potremmo configurarcelo? Se volessimo indicarlo in poche parole, potremmo dire: né materialismo senza vita spirituale, né nostalgica ubbidienza ad un modello divino esterno, ma creazione di una realtà sociale nuova, in cui lo spirito, trasparendo attraverso l’organizzazione sociale, alimenti la realtà quotidiana.
Non voglio tuttavia rischiare di cadere in formulazioni nebulose, ma indicare nella Triarticolazione Sociale l’unica proposta di vita sociale basata su presupposti nuovi ed in grado di offrire risposte alle urgenti domande che la realtà ci pone. Basti pensare al solo fatto che svolte fondamentali per l’umanità di oggi come l’affrontare i problemi posti dalla globalizzazione non potranno trovare uno sbocco finchè non verranno studiati dal punto di vista della Triarticolazione Sociale! La globalizzazione, una delle componenti più importanti alla base delle tensioni mondiali che hanno fatto da sfondo all’attentato alle Torri Gemelle, è un ulteriore esempio di crisi in attesa di un’intuizione risolutiva. Sottolineo e ribadisco quanto appena enunciato, i problemi posti dalla globalizzazione potranno giungere a soluzione solo quando verranno affrontati sulla base di quei principi, a dimostrazione che la Triarticolazione Sociale è tutto il contrario di un’utopia, come spesso, purtroppo, viene erroneamente sostenuto.

Nei giorni successivi all’ 11 settembre gli americani dissero che non avrebbero ricostruito le Torri Gemelle. Ebbene, non ricostruiamole neanche noi nella nostra interiorità, rendendoci conto che, per allontanare quello che si presenta come Male, dobbiamo superare i nostri interessi egoistici e la nostra pigrizia mentale per dar vita ad un movimento europeo che si ponga come fine quello di rinnovare la vita sociale, per noi e per tutto il mondo.
Occorre dar vita ad una Fondazione alla quale possano far capo tutti coloro che siano disposti a elaborare e a proporre questo cammino. Per far questo occorrono mezzi materiali, ma occorre soprattutto il coraggio di non ricostruire nel nostro animo quelle Torri e ciò che esse rappresentano, ma di dar vita ad un nuovo modello di organismo sociale basato, come già detto, non su un’utopia, ma sulla conoscenza delle forze presenti dietro le esigenze sociali del nostro tempo. Ripeto che chi ne ha una buona conoscenza, sa che la Triarticolazione Sociale è tutto il contrario di un’utopia!
Non dobbiamo invece, utopisticamente, pensare che si debba attendere che gli uomini migliorino perché la situazione sociale si risollevi dall’imbarbarimento; occorre dare alla vita sociale un assetto nuovo, che divenga il presupposto per la collaborazione fra le persone e per il progresso dell’umanità.

Bibliografia:
(1) Giorgio Vercellin – Jihad, l’Islam e la guerra.
(2) Rudolf Steiner – Cosmosofia II – 3° conferenza.
(3) Rudolf Steiner – La missione di singole anime di popolo.

 

da un articolo pubblicato sulla rivista "Kairos"
numero 31 / gennaio – febbraio 2002

Questo sito web utilizza i cookie per migliorare l'esperienza dell'utente. Utilizzando il nostro sito l'utente acconsente a tutti i cookie in conformità con la Normativa sui Cookie.   Leggi tuttoOk