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L’enigma del duplice uomo fisico – eterico

Parte 4
La dicotomia di “uomo fisico = eterico-vitale-elementare” è oramai un’immagine acquisita per chiunque si volga alla conoscenza dell’uomo nel suo complesso. Solo che l’esperienza immaginativa non è ancora abbastanza approfondita: a parte il fatto che, per la scienza materialistica, è reale solo il corpo fisico-minerale. Ed a questo vengono attribuite facoltà di anima e di spirito, grazie a misteriosi ed inspiegabili processi immaginari.
Ciò che qui si vorrebbe mostrare è che la figura fisica visibile terrestre, nasconde in sé un’ altra figura invisibile di natura cosmica.
Si dovrà così tentare di vedere la parte “anteriore visibile” di essa, come organizzata per una vita di percezioni sensibili; ed un’altra “posteriore invisibile”, che partecipa della vita
eterica, la cui percezione è illimitata.
Fra le due vi è come una sorta di “capovolgimento” delle funzioni dell’anima:
- mentre l’anteriore è costituita dal capo col quale “pensa” con la parte frontale del cervello
- dal busto coi ritmi cuore-polmone col quale “sente”;
- e col ricambio-membra col quale “vuole”
- quella posteriore invece, vuole col capo – con la parte occipitale del cervello - pensa con le membra e sente col busto, solo che queste funzioni hanno un’ampiezza cosmica: vale a dire non limitate alla sfera sensibile, ma comprendono l’intero soprasensibile che comprende il cosmo intero: è “l’uomo cosmico” in noi”, mentre quella anteriore è “l’uomo terrestre” in noi.
Ciò che ora per quest’ultimo è “mondo esteriore”, cioè il mondo della natura, dei pianeti e delle stelle, per il primo diventa “mondo interiore”: vi è anche qui una sorta di capovolgi mento fra le due sfere. Ora pianeti e stelle fanno parte della propria interiorità e si abbracciano in un corpo d’occhio sia il perimetro zodiacale con le sue 12 forze particolari, che il coro dei pianeti con le sue colonie di entità gerarchiche. Fisicamente esse sono lontane milioni di chilometri. Etericamente sono qui: non si può dire vicine-lontane in quanto lo spa zio è annullato: esiste solo il tempo.
La sua visione del mondo ora è “endosferica”, cioè vede il mondo entro di sé – natura, pianeti e stelle - come stando fuori alla periferia.
Se penso a Venere o Giove; o ancora al Toro o Acquario, ecco sono qui. E se volessi osservare l’intero zodiaco “dal di fuori”, eccomi trasposto nello spazio cosmico infinito. E ancora, se volessi sentirmi quale unico essere vivente nell’immenso universo, come un punto so- speso nello spazio infinito: eccolo realizzato insieme all’unica incredibile esperienza della “terribile, totale e drammatica solitudine”. Leopardi traduce in immagine poetica

“………e mirando, interminati
spazi……………e sovrumani
silenzi e profondissima quiete,
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura………”

drammatica e squassante, dalla quale però scaturisce, in un secondo momento, un indo- mito coraggio. Dapprima si contempla l’immagine di se stesso solo nello spazio infinito e si viene colti da i sconfinata paura. Ma poi ci si immerge in quella immagine, ci si identifica e si dice: <sono io stesso>. E con coraggio si prosegue: <cosa posso in tale situazione? Prima avere consapevolezza dell’<essere>, del <Io sono>. Poi creare una <immagine di me stesso>, con la quale entrare in dialogo e movimento: <IO creo un TU> e insieme formiamo un mondo, un terzo elemento. Ora possiamo proseguire, ad esempio, con le categorie aristoteliche : essere – qualità – quantità – relazione – tempo - spazio – posizione – agire – patire.
Così il Signore Iddio “Padre” crea il mondo per uscire dalla “divina solitudine” del Suo esse- re: quindi la prima condizione: <essere>. Poi si crea la propria “contro-immagine” di “amo- re” come “Figlio”, col quale entrare in dialogo e collaborazione. Ma questa si pone entro la dimensione propria della divinità, cioè entro la Saggezza, la Sapienza, il <concetto> e quindi lo “Spirito Santo”.

Come qui in un determinato spazio fisico, dove vi è un corpo, non ve ne può essere un altro: così per quello immaginativo-eterico, in un medesimo spazio coesistono svariatissime
e diverse entità e fenomeni. L’unico paragone possibile è quello del calore che può essere presente dovunque, ed esso è lo “stato di calore” saturnio, sempre presente.
La nostra figura umana è quindi “duplice”: la terrena “anteriore-frontale”, visibile limitata nello spazio; e quella cosmica, “posteriore-occipitale” invisibile ed illimitata oltre lo spazio.

Quest’immagine potrebbe venire sentita come assurda: ma in concreto non lo è. Se si pensa che l’uomo è “cosmico” fino al momento della nascita terrestre. Difatti, fino ad un momento prima era posto col capo all’in giù, quindi non come uomo terrestre. Ha il capo
a forma sferica, la quale forma indica la massima concentrazione della volontà. E appunto quale volontà, spinge fuori da sé, lentamente, il tronco e gli arti; i quali si trasformano poi in arti del movimento e della volontà agente.
Con la nascita, trascorre un anno circa nella posizione orizzontale, per conquistarsi – con
fatica – quella verticale, capovolta, della forma terrena opportuna e col conseguente capovolgimento della funzioni dell’anima: ora pensa col capo, vuole con le membra e
sente col busto ed i suoi ritmi.
La differenza fra i due uomini è rilevante. Mentre per l’uomo anteriore, il mondo davanti a sé è chiaro, visibile e sensibile ed entro di esso si pone coscientemente; per quello posteriore è buio, oscuro, sconosciuto e misterioso e, a tutta prima, pauroso ed insondabile..
Fra il due il Grande Ponte, la Soglia fra mondo sensibile e soprasensibile: il Ponte di Giajllar di Olaf Oesteson, l’Acheronte di Dante, il Serpente Verde della fiaba di Goethe, che non è “chissà dove”, ma “qui in me”.

Ecco il motivo per il quale essa Soglia può venire superata in un istante, in quanto è qui
In noi: cosa che si fa normalmente, ma inconsciamente, nell’addormentarsi e svegliarsi. Ma se in un primo tempo è incosciente, può divenire, nel tempo, cosciente e sperimentabile per mezzo della iniziazione e raggiungibile ad ogni uomo “di buona volontà”.

Conseguente a questo raggiungimento, è la possibilità di sperimentare categorie dell’essere eterico con maggiore consapevolezza e volontà di metamorfosi: anzi la metamorfosi
diviene atteggiamento costante, come un “divenire” ma in immagine.
E qui è necessario essere del tutto coscienti che tale mondo di immagini, non assicura ancora sulla sua verità e realtà: è solo un passaggio necessario che presenta oggettivate, facoltà del proprio essere e non ancora realtà esterne a se stesso.

Claudio Gregorat

Claudio Gregorat
nato a Chiopris-Viscone (Udine) nel 1923, inizia giovanissimo gli studi musicali.
A 14 anni tenta la prima composizione e studia pianoforte e violoncello.
Più avanti continua gli studi di composizione ma, a causa della guerra, in modo piuttosto discontinuo, per cui si ritiene un autodidatta, pur avendo frequentato il corso di perfezionamento di composizione all'Accademia Musicale di Siena e il corso di direzione d'orchestra.
Fonda e dirige per vari anni il Coro Universitario Romano.
Più tardi è direttore del Coro del Teatro dell'Opera del Cairo. Abbandona poi questa attività per dedicarsi alla composizione.
Ha al suo attivo circa 150 opere di vario genere: solistiche, da camera, corali e sinfoniche.
Ha scritto numerosi saggi su questioni musicali e vari libri.
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