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Confutare se stessi

di: Claudio Gregorat

La messe di spunti di riflessione nell’opera di Rudolf Steiner è enorme, incredibilmente vasta. A volte basta una frase, un solo concetto o anche una parola, per incentivare la riflessione che condu-ce poi ad approfondire il concetto-tema iniziale.

Prendiamo ora una frase dal <Filosofia della libertà> - appendice al capitolo V°. Dopo aver premesso che una concezione del mondo non è sufficiente che venga <confutata teoricamente>, ma è necessario <viverla> per riconoscere l’eventuale unilateralità o errore continua:

“Quel che bisogna arrivare a vedere, è come si giunge a CONFUTARE SE’ STESSI in ordine a questa prima riflessione”.

E qui ora scatta la molla interiore che incita a riflettere sul <confutare sé stesso>. Nella vita normale, ogni uomo si forma un corredo di <opinioni o giudizi>   derivati da esperienza: quindi opinioni, giudizi vissuti, che in determinate circostanze egli difende come sua <verità>, alla quale non vuole rinunciare. Basterebbe considerare la evidente <unilateralità di essi, per il solo fatto di essere, come uomini, <individui unici>, con una particolare, personale visione delle cose. Gli scambi di opinioni fra uomini lo dimostra in modo inequivocabile. Là dove uomini si riuniscono per discutere di loro problemi - dalla elementare riunione di condominio alle <tavole rotonde> di qualunque tipo - noteremo che le persone desiderano esprimere solo <sé stessi> con estremo convincimento, più che tentare di giungere ad un condizione - non diciamo verità - accettabile da tutti. E spesso si vedono persone parlare contemporaneamente a gran voce, senza menomamente ascoltarsi a vicenda. Espressione di una egoità che non ammette confronti. In più, nelle <tavole rotonde> televisive, si aggiunge anche la voce del moderatore: quindi tre voci in contemporanea! Conclusione, tutto resta come prima: soluzione pisoniana esemplare. Ognuno rimane della propria opinione: tempo e fatica sprecati dunque.

A fianco di questo atteggiamento,sta quello della totale fiducia o acquiescenza dinanzi all’autorità, dove il giudizio personale è inesistente o passivo. Una trentina di anni fa usciva settimanalmente un giornale redatto da Guareschi dal titolo <Candido>. In esso, in prima pagina, vi era sempre una vignetta di sapore sarcastico a carico dei comunisti, con la dicitura: <fede pronta, cieca, assoluta>. E si vedeva disegnata una scena che ridicolizzava questa posizione di estrema ottusità, nel non riuscire a scorgere un semplice errore di stampa e invece portare a termine l’ordine così come scritto. Ad esempio: “I compagni devono dare sempre un buon consiglio in casi di difficoltà”. se non che nella parola <consiglio> mancava la <s>, per cui risultava <coniglio>. Ed allora per la <fede pronta, cieca assoluta> venivano mostrati alcuni <compagni> - chiamati <trinariciuti> in quanto disegnati col naso a tre narici - che recavano ad un terzo un bel coniglio!

<attaccare l’asino dove vuole il padrone>.

Un altro gustoso episodio è quello intercorso fra due altercanti. Si trovavano in riva al mare. Ad un certo punto, il più forte dice all’altro:“Se non mi dai ragione ti caccio sott’acqua.E difatti lo trascina in mare e lo spinge sott’acqua. Poi lo tira fuori: “Mi dai ragione?”. “No!” risponde l’altro. Lo caccia ancora più a lungo sott’acqua: poi lo tira fuori. “Mi dai ragione?”. “No”.E questa volta lo tiene sempre sott’acqua gridando: “Mi dai ragione?”.E l’altro col braccio a indicare di no. Lo spinge ancora più sotto: “Mi dai ragione?”. E l’altro con la mano a indicare di no. Ancora più sotto: “Mi dai ragione?”. Oramai col solo dito: no, no, no! Forza della convinzione!

Si rende così evidente da sé l’opportunità di assumere una terza posizione: cosa che si può attuare <confutando di continuo sé stesso> in tutte le situazioni possibili ed abbandonare la pretesa di <avere ragione>. Innanzitutto si <ascolta> l’altro, facendo propria la sua opinione. Essendo oramai propria, la si può valutare in tutti i suoi possibili risvolti: a questo punto si può consentire o no. Con questo si può <confutare sé stessi> col giudizio di un altro e confrontare le due opinioni da una prospettiva più oggettiva. Nel libro “L’Iniziazione” si possono leggere le parole:

“(Il discepolo) Non considera le altrui opinioni soltanto dal proprio punto di vista, ma cerca di considerarle dal punto di vista degli altri”

Nelle scuole di pensiero scolastiche, il discepolo veniva addestrato ad esporre in termini di logica filosofica, non solo quanto relativo al proprio giudizio, ma anche quello relativo al giudizio, opposto al suo, di un altro discepolo.

E poi parlando del “desiderio di liberazione” leggiamo:

“L’uomo si libera da tutto quanto sta il relazione soltanto con le capacità della sua natura personale. Non considera le cose dal suo proprio particolare punto di vista..................................

Il discepolo deve diventare indipendente, deve liberarsi da questo suo modo personale di considerare le cose”.

Sappiamo che il cervello umano è disposto in due emisferi. Pensando col cervello, si viene naturalmente esposti all’influenza di una parte di esso e non dall’opposta. Ora, nel mondo, tutto il manifesto fenomenico è disposto per <polarità>. e l’equilibrio si consegue superandola. Diciamo quindi: se una parte del cervello raggiunge una <tesi>, l’altra dovrebbe formulare <l’antitesi>, rimanendo però ancora vincolati al <fenomenico>. Si rende così necessario procedere oltre verso una <sintesi>, che nasce dalla fusione delle due e che viene operata dal <cervello eterico>.

Di questo occorre tener conto nella revisione dei propri giudizi:

- formulare una <tesi> per via di analisi

- proporre una <antitesi>, sempre per via dì analisi

- con un <superamento> raggiungere una <sintesi> con gli elementi essenziali delle due

In ogni caso, per poter raggiungere operativamente un qualche risultato, è pur necessario <rinunciare ad una parte della propria opinione per accogliere quella dell’altro> e, magari, insieme trovare una <terza soluzione>. Il più delle volte, i contrasti fra <coppie> - o anche fra <gruppi di persone> - sono dovuti al fatto di voler, in un certo modo, <imporre> il proprio giudizio considerato il migliore possibile.

In concreto si tratta sempre di <superare la staticità ed unilateralità dell’Io personale - della personalità> con l’accettazione del giudizio altrui, o comunque di un giudizio diverso.

Oppure, seguendo una indicazione di Rudolf Steiner: formatosi un certo giudizio, tentare di formarsi il <giudizio opposto>, in modo da svincolarsi dalla rigidità che una certa convinzione, ritenuta giusta, può portare. Oppure, e sarebbe ancor meglio, formulare un terzo, un quarto aspetto-giudizio.

La rigidità sulle proprie opinioni-giudizi-convinzioni. conduce tosto al <fanatismo>, che significa la rigidità estrema dinanzi ai fatti della vita, i quali sono invece di una grande flessibilità, imprevedibilità, trasformazione e fantasia. Il fanatico è colui che rimane tetragono dinanzi a qualunque metamorfosi e novità: quindi fermo, fossilizzato accanto al movimento continuo delle cose, che così gli passano accanto senza che egli se ne accorga.

La <confutazione di sé> conduce ad un continuo rinnovamento interiore, che significa anche l’essere al passo coi tempi. I quali tempi moderni, si evolvono con una rapidità incredibile, tanto che si fa fatica a tener loro dietro con la consapevolezza di cosa stia accadendo, tanto che, di norma, gli eventi ci passano sopra la testa senza che si possano comprendere, anche per la rapidità con la quale accadono, tosto sospinti da altri e da altri ancora.

Tale atteggiamento di <revisione> dovrebbe comprendere non solo le <opinioni> che si hanno, ma anche i <pensieri> che si formulano, i <sentimenti> che si nutrono, le <azioni> che si compiono.

E sarebbe di grande aiuto il potersi <autoconfutare> sulla falsariga dei <Sei esercizi fondamentali> e dell’<Ottuplice Sentiero>.   E qui il lavoro si renderà veramente proficuo, se compiuto con severità ed onestà.

E, per concludere, il tutto dovrebbe sottostare ad un giudizio che sia <logico>, <estetico> e <morale> al contempo.