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Rosaspina, madre di tutte le fiabe

di: Giuseppe De Luca


Rosaspina, madre di tutte le fiabe
Il vero amore è un sole che risplende, non una luna che riflette, e le vere fiabe rilucono di luce propria, non attendono una risposta dal bambino né cercano di inculcargli un insegnamento morale: una fiaba autentica possiede in sé i segreti della vita e, in quanto tale, va vissuta e non c’è nulla su cui il bambino debba riflettere; in essa c’è solo il nutrimento per plasmarlo segretamente nei suoi organi in formazione.

Nel primo settennio di vita l’io del bambino sta lavorando all’edificazione del suo personale corpo fisico, strappandolo alle possenti forze dell’ereditarietà, e non può e non deve essere chiamato espressamente a compiti morali impegnativi che riguardano altre fasi di vita.

Tutto ciò con cui entra in contatto è per lui un "mattone" per il suo nuovo edificio fisico, non un concetto su cui riflettere. Egli "fisiologicamente" non può ancora esprimere una vera e duratura gratitudine, né può cogliere una "morale" in ciò che gli viene incontro: tutti i " colori" che gli vengono dati entrano a far parte del suo quadro di vita.

La fiaba è una pura rappresentazione delle varie componenti dell’anima umana, nella quale il male viene chiaramente, nettamente configurato in un personaggio, che ha un certo potere ma che viene invariabilmente sconfitto dai rappresentanti del bene.
Questi due poli che in ogni uomo convivono in misura variabile non possono essere confusi assieme da un essere umano in formazione, per il quale tutto il mondo è buono: il male deve essere presentato come una forza esistente fuori del bambino, non può coabitare con il bene e, pur avendo una funzione importante, non può turbarne le solari certezze; egli non è ancora pronto per accettare l’idea di convivere con il doppio, di avere il male come inquilino di casa, non sfrattabile e dotato di grandi poteri…

L’idea che è "cattivo", a volte, e che ha in sé forze distruttrici può essere comunicata solo all’adolescente, quando in lui si risvegliano la sessualità, il pensiero intellettuale e il primo tenue germoglio della moralità; è triste dover constatare come nella società occidentale il bambino, deprivato delle immagini artistico-pedagogiche delle fiabe, l’unica educazione efficace per limitare il male, sia spesso "crudele" con gli animali., violento e irrequieto, soggetto ad azioni inconsulte se messo a contatto con armi.

Il bambino, ancora non dotato di autocoscienza, è disarmato contro il male, poiché non ne ha un vero concetto, è incapace di perseveranza per lottare nel tempo contro di esso: non può decidere stabilmente, non può scegliere se messo alla presenza di migliaia di alternative, tutte desiderabili, non può assumersi anzitempo responsabilità anche minime, non è in grado di accollarsi compiti in campo morale, non può conservare segreti a lui confidati, poiché per ognuno di questi atti è necessaria la presenza dell’io, dell’auriga che guida la vita dell’essere umano e sa trattenersi, se necessario.

Troppo spesso adulti ignoranti delle leggi evolutive proiettano le loro ansie di cose sempre nuove sul bambino, che invece è alla ricerca di pochi, sicuri nutrimenti per il suo sviluppo: il bambino è una luna che vuol divenire sole, non si può circondarlo anzitempo delle forze di Venere e di Mercurio, presenti in eccesso nell’adulto immaturo.

Nella sua rassicurante ritmicità risplende il bene, irraggia dalle fiabe, e il bambino trova nella loro costanza, nella ripetitiva affidabilità, una somiglianza con le grandi sinfonie: la presenza di ritmi, la certezza della vittoria finale come nelle grandiose armonie musicali sono un balsamo per un’anima in formazione che non ha certezze, che non è preparata a continui cambiamenti e non è ancora preda del dubbio della critica, fedeli compagni di adulti inquieti.

La fiaba di Rosaspina, alla quale ci accosteremo per immagini, è l’archetipo di ogni vera fiaba, dell’evoluzione del singolo uomo e di tutta l’umanità; è un sole sempre pronto a sorgere nel mondo delle forze vitali di ogni essere umano, grande e piccolo.

C’era una volta un re e una regina, che ogni giorno dicevano: - Ah, se avessimo un bambino! - Ma il bambino non veniva mai. Un giorno che la regina faceva il bagno, ecco saltar fuori dall’acqua una rana, che le disse: - Il tuo desiderio si compirà: prima che sia trascorso un anno, darai alla luce una figlia -.
La "madre di tutte le fiabe" fin dalle prime parole ci mostra la sua musicale potenza evocatrice e, con grandiosa, beethoveniana immagine, ci presenta lo spirito e l’anima dell’uomo come una coppia di reali quando, prima della nascita del tempo, gli esseri umani erano ancora tutt’uno con le forze elementari e con le gerarchie spirituali; ma il tempo era venuto per l’inizio del tempo, e il cielo e la terra stavano per dividersi nella coscienza dell’uomo.

Il contatto diretto fra l’uomo e gli dei stava per interrompersi e stava per venire al mondo una nuova umanità, figlia dell’Età dell’Oro, di risplendente origine reale, ma destinata alla vedovanza spirituale, al contatto diretto con le forze terrestri, con la materia portatrice di una nuova luce di coscienza, i cui alimenti sono la fatica, il dolore, la morte fisica, dalla cui sostanza nasceranno però la gioia, la libertà e l’amore.
Un essere istintuale ne annuncia la nascita, l’umida rana, che unisce, con le sue metamorfosi vitali, il primigenio liquido mondo dello spirito con quello terrestre, dove si spinge con goffa cautela…
Dal fluttuante universo sognante essa raggiunge il tangibile, misurabile regno terrestre, e incarna la storia di una parte essenziale del lungo cammino dell’umanità. La profezia della rana si avverò e la regina partorì una bimba, tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa. Non invitò soltanto il parentado, gli amici e i conoscenti, ma anche le fate, perché fossero propizie e benevole alla neonata. Nel suo regno ce n’eran tredici, ma egli aveva soltanto dodici piatti d’oro per il pranzo; e perciò una dovette starsene a casa. Una bambina viene al mondo, un nuovo stato di coscienza si annuncia sulla Terra, ma l’inadeguatezza dei suoi genitori a fronteggiare le sue nuove necessità la esporranno a un destino di morte e resurrezione. Il re, l’antico elemento solare che dovrebbe mostrare saggezza ed essere all’altezza dei suoi compiti, si abbandona invece a un incauto eccesso di gioia; è dominato dall’anima senziente, e il corpo astrale non ancora domato dall’io "non può stare in sé dalla gioia"; afferra cioè troppo fortemente il corpo fisico e commette uno sbaglio connaturato con la sua essenza priva dell’auriga.

In quelle epoche storiche, l’umanità si nutriva direttamente delle forze divine zodiacali, ma l’uomo non aveva che "dodici piatti d’oro", non possedeva ancora il tredicesimo senso, la coscienza del male, mentre aveva in potenza nel suo animo l’aureo organo che gli avrebbe permesso in seguito di percepire le forze cristiane dell’amore, quell’eterna fonte di resurrezione che lo avrebbe salvato dalla "morte secunda", di francescana memoria, la morte dell’anima. La festa fu celebrata con gran pompa e stava per finire quando le fate diedero alla bimba i loro doni meravigliosi: la prima le donò la virtù, la seconda la bellezza, la terza la ricchezza e così via, tutto quello che si può desiderare al mondo.
Undici fate avevano già formulato il loro augurio, quando improvvisamente giunse la tredicesima. Voleva vendicarsi di non essere stata invitata e, senza salutare né guardar nessuno, disse ad alta voce: - A quindici anni la principessa si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta -. E, senza aggiunger altro, volse le spalle e lasciò la sala. Fra la gente atterrita, si fece avanti la dodicesima, che doveva ancora formulare il suo voto: annullare il crudele decreto non poteva, ma poteva mitigarlo e disse: - La principessa non morirà, ma cadrà in un profondo sonno, che durerà cent’anni.

Alla festa delle fate si compie il mistero del male che, ora, trasformatosi, da segno zodiacale dell’Aquila, secondo le antiche simbologie, diviene il segno dello Scorpione; le forze provenienti da quel remoto angolo del mondo spirituale irrompono, quali portatrici del cosiddetto male, nella vita della neonata bambina del mondo.

Non potevano essere state invitate, poiché erano ora portatrici di essenze che il vecchio re non poteva conoscere, non aveva senso invitarle; letteralmente l’umanità non aveva il senso per percepire quelle entità spirituali, quegli angeli decaduti che si assunsero allora il compito di incarnare le forze dell’ostacolo.
Il male irruppe allora a guastare la festa dell’umanità, e predisse il destino di morte al mondo spirituale che si sarebbe compiuto nella fase dell’adolescenza del genere umano, con il risveglio delle forze intellettuali e sessuali, il polo arimanico e quello luciferico, la volpe e il gatto che tentano l’uomo.
Ma grazie alla dodicesima fata, la fata Cristiana, queste forze, se controllate, lo possono invece aiutare a raggiungere il suo destino di libertà e di amore. Nella fiaba si mostra il "punto debole" di ogni azione votata al male, cioè l’impossibilità di trattenere o di protrarre il momento dell’intervento, dando così sempre una possibilità di vittoria finale a quelle forze solari del bene da cui l’ostacolo origina, come l’ombra nasce in rapporto alla luce: l’uomo stesso è figlio di questo cromatismo fra luce e tenebra, è la mediazione aurea fra il cielo e la terra.

Il vero inizio del rimescolamento di queste forze corrisponde nell’uomo circa al 15° anno di età, quando si afferma in lui il tessere dei fili di un pensiero intellettuale e al tempo stesso il morso della sessualità, la puntura dell’acuto scorpione che immette nell’uomo le forze della riproduzione; forze prima sconosciute, ignorate dal bambino e dall’umanità a quel tempo ancora bambina, incapace dunque di conoscere e quindi "invitare" la scorpionica tredicesima fata. Il re, che avrebbe voluto preservare la sua cara bambina da quella sciagura, ordinò che tutti i fusi del regno fossero bruciati.
Ma nella bimba si compirono i voti delle fate: essa era tanto bella, garbata, gentile e intelligente che non si poteva guardarla senza volerle bene. Ed ecco, proprio il giorno in cui compì quindici anni, il re e la regina erano fuori ed ella rimase sola nel castello. Lo girò in lungo e in largo, visitò tutte le stanze a piacer suo, e giunse infine a una vecchia torre. Salì la stretta scala a chiocciola, fino a una porticina.
Nella serratura c’era una vecchia chiave arrugginita, e quand’ella la volse, si spalancò la porta; e in una piccola stanza c’era una vecchia con un fuso, che filava alacremente il suo lino. - Buongiorno, nonnina - disse la principessa - cosa fai? – Filo - disse la vecchia, accennando col capo -. - Cos’è questo, che gira così allegramente? -, domandò la fanciulla. E prese il fuso, per provare a filare anche lei. Ma non appena lo toccò, si compì l’incantesimo ed ella si punse un dito. Il giorno del quindicesimo compleanno la coppia di vecchi reali, che sono appunto appartenuti a una vecchia realtà, non sono presenti, né hanno ottenuto nulla con i loro provvedimenti ingenuamente protettivi, di esclusione dell’amata figlia dall’incedere inarrestabile del tempo, del "fuso" orario.

La solitudine dell’umanità bambina, risplendente di doni ma indifesa da ciò che scaturisce dalla sua stessa interiorità, e che è opera dell’azione delle entità dell’ostacolo, è ora completa. Nei Vangeli Apocrifi, il Cristo giudice chiede all’Angelo custode di ogni uomo: "Presentami i suoi peccati dal quindicesimo anno in poi" (3): è questa l’età della Caduta del singolo uomo e dell’umanità, è quell’epoca che corrisponde alla tentazione luciferica, alla Cacciata dal paradiso.

Ciò che ingenera il primo moto di orgogliosa indipendenza dai vecchi genitori assenti, da un’interdipendenza tipica di un’anima di gruppo è la curiosità: come abbiamo visto in Cappuccetto Rosso (4) che si addentra nel "bosco" dell’anima, il primo impulso è quello esplorativo; in questo caso il castello, il corpo fisico, viene percorso in lungo e in largo finché "non se ne viene a capo", si raggiunge cioè la vecchia torre, il capo, la testa, la parte più "antica" dell’uomo, che parla del suo passato reincarnazionale.

 La curiosità spinge dunque l’anima a raggiungere l’autocoscienza, la guida di se stessa, l’indipendenza, la posizione di capo; ma nel pensiero autocosciente l’umanità trova, inizialmente, un destino di caduta, di morte allo spirito per la vita indipendente sulla Terra.
La tentazione luciferica si compie attraverso il raggiungimento della sommità dell’albero della conoscenza, dove il frutto del bene e del male si offre all’umanità inorgoglita dalle idee materialistiche del serpente: nelle tradizioni nordiche questo incitamento all’indipendenza di giudizio è attribuita a Loki, che spinge l’uomo al pensiero egocentrico, al tessere individuale in opposizione ai dodici Asi, e così pone fine ad un antico ordine del mondo.

Nasce un mondo del singolo uomo, che diviene cittadino del mondo fenomenico; egli si chiude in se stesso e si autoafferma, come dice una celebre canzone di Aznavour: "Ieri sì, da giovane, credevo alle cose che dicevo io…".

Così il giovane essere umano considera solo ciò che può afferrare con il suo pensiero, ciò che lo punge per l’azione della vecchia, dell’entità materialistica portatrice di un pensiero morto, ammalante e ammaliante nella sua acutezza, pungente come un fuso nella sua critica feroce di ciò che non comprende e che quindi per lui non esiste: la realtà spirituale viene messa all’"indice", il dito acuto che si punge facilmente quando la mano compie un lavoro di pensiero, in punta di dita.

Come sentì la puntura, cadde sul letto che era nella stanza e vi giacque in un sonno profondo. E quel sonno si propagò in tutto il castello: il re e la regina, appena rincasati, s’addormentarono nella sala con tutta la corte. Dormivano i cavalli nella scuderia, i cani nel cortile, i colombi sul tetto, le mosche sulla parete; persino il fuoco, che fiammeggiava nel camino, si smorzò e si assopì, l’arrosto cessò di sfrigolare e il cuoco, che voleva prendere per i capelli uno sguattero colto in fallo, lo lasciò andare e dormì.

E il vento tacque, e sugli alberi davanti al castello non si mosse più la più piccola fogliolina. Ma intorno al castello crebbe una siepe di spini, che ogni anno diventava più alta e finì col circondarlo e ricoprirlo tutto, cosicché non se ne vide più nulla, neanche la bandiera sul tetto. Ma nel paese si sparse la leggenda di Rosaspina, la bella addormentata, come veniva chiamata la principessa; e ogni tanto veniva qualche principe, che tentava, attraverso il roveto, di penetrare nel castello; ma senza riuscirvi, perché i rovi lo trattenevano, come se avessero mani; e i giovani vi s’impigliavano, non potevano più liberarsi e morivano miseramente. Dopo molti, molti anni, giunse nel paese un altro principe; udì un vecchio narrar dello spineto, che dietro doveva esserci un castello, dove una bellissima principessa, chiamata Rosaspina, dormiva già da cent’anni; e con lei dormivano il re, la regina e tutta la corte. Già da suo nonno egli aveva appreso che molti principi avevan tentato d’attraversar lo spineto, ma vi eran rimasti impigliati ed erano tristemente periti.

Allora disse il giovane: - Io non ho paura, e mi aprirò il varco fino alla bella Rosaspina -. E non diede retta al buon vecchio, che cercò in ogni modo di dissuaderlo. Al destino dell’uomo, le cui metamorfosi evolutive costituiscono la religione degli Dei, è legato il divenire dei regni della natura, poiché in un certo senso "tutto è uomo", tutto il creato sulla Terra è derivato da varie manifestazioni dell’essere umano stesso, tutto il visibile rappresenta una tappa storica il cui superamento ha permesso lo sviluppo di ciò che noi ora chiamiamo uomo. La fiaba ci mostra come la caduta nel sonno paralizzante del materialismo ha contagiato non solo l’intera umanità, ma anche gli altri tre regni, che ora attendono, con gli uomini, l’arrivo del Risvegliatore. Intorno al castello di ogni uomo e dell’umanità tutta, ora sorge un impenetrabile intrico di rovi, inestricabile ostacolo alla ripresa di un rapporto con lo spirito, il cui ricordo, la cui bandiera, il cui organo di percezione presso l’antenna soprasensibile, l’antico organo di percezione dello spirito nei pressi della ghiandola pineale, si offusca totalmente.

A nulla servono gli eroi, i profeti che tentano in ogni epoca di gettare un ponte con la divinità: il tempo della liberazione non è ancora giunto, si deve attendere un altro ben più possente Figlio del Re, il vincitore della morte e della paura, del pregiudizio e della tradizione priva di perdono del vecchio testimone dell’Antico Testamento. Il coraggio del cuore si trasformerà in forza d’amore, il cui simbolo è la rosa: la determinazione e l’ardimento nell’accettazione delle prove trasformeranno rovi e spine nel profumato fiore dello spirito, che ci mostra, con il suo rosso delicato e pur nobilmente acceso, il giusto grado di passione, coraggio e amore che dovrebbero albergare nel cuore d’ognuno.
La rosa, fiore del mezzo, è incentrata sul simbolo del numero cinque quale superamento nello spirito, nel Sé superiore, della normale quadripartizione dell’essere umano in corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e io (5). Ma appunto eran passati cent’anni ed era venuto il giorno che Rosaspina doveva ridestarsi.

Quando il principe s’avvicinò allo spineto, trovò soltanto una siepe di grandi, bellissimi fiori, che spontaneamente si separarono per lasciarlo passare illeso, e si ricongiunsero alle sue spalle. Nel cortile del castello vide cavalli e cani da caccia pezzati che dormivano, sdraiati al suolo; sul tetto eran posati i colombi, con la testina sotto l’ala. E quand’egli entrò nel castello, le mosche dormivano sulla parete, in cucina il cuoco aveva ancora la mano protesa, quasi a ghermire lo sguattero, e la serva era seduta davanti al pollo nero, che doveva spennare. Egli proseguì e nella sala vide dormir tutta la corte, e in alto, presso il trono, giacevano addormentati il re e la regina. Andò oltre; il silenzio era tale che egli udiva il proprio respiro; e finalmente giunse alla torre e aprì la porta della stanzetta in cui dormiva Rosaspina. Là essa giaceva, ed era così bella ch’egli non poteva distoglierne lo sguardo. Si chinò e le diede un bacio. E a quel bacio, Rosaspina aprì gli occhi, si svegliò e lo guardò tutta ridente. Allora scesero insieme; il re e la regina e tutta la corte si svegliarono e si guardarono l’un l’altro stupefatti. E i cavalli in cortile si alzarono e si scrollarono; i cani da caccia saltarono scodinzolando; i colombi sul tetto trassero la testina di sotto l’ala, si guardarono intorno e volarono nei campi; le mosche ripresero a strisciare sulle pareti; il fuoco in cucina si ravvivò, divampò, continuò a cuocere il pranzo; l’arrosto ricominciò a sfrigolare; e il cuoco diede allo sguattero uno schiaffo che gli strappò un urlo, e la serva finì di spennare il pollo. E furono celebrate con gran pompa le nozze del principe e di Rosaspina, che vissero felici fino alla morte.

Nella vita di ognuno di noi si presenta prima o poi una situazione nella quale è necessario prendere una decisione repentina, che richiede quella che si chiama presenza di spirito: lo spirito che in quel magico istante accorre a portarci la coscienza superiore necessaria a riconoscere con lucidità i tempi e i modi dell’intervento risolutore, dell’azione che può avvenire "ora o mai più", è certamente parente del Figlio del Re, dell’Eroe Solare, del Cristo Re che nella fiaba mostra all’intera umanità morente qual è il momento opportuno, il mistero del Golgotha, l’archetipo del "kairós", nel quale si deve intervenire a favore del risveglio dell’anima di tutti gli uomini.
Il Principe dei cuori ci mostra che la via della salvezza, della nuova religione con lo spirito, passa per il coraggio della libertà di amare, per la decisione di tendere a quelle nozze mistiche che trasformeranno ogni uomo di buona volontà in una stella, in una rosa che sboccia dalle spine e profuma al di là dello spazio, al di là del tempo.


NOTE
(1) - Per le notizie su Giuseppe De Luca v. Kairós n° 33.
(2) - Fratelli Grimm, "Fiabe", Einaudi Editore. La fiaba è stata pubblicata anche da Edilibri, Milano, con le illustrazioni - che accompagnano quest’articolo - di Marco Rossi.
(3) - "Vangeli Apocrifi", Einaudi Editore.
(4) - Su Cappuccetto Rosso v. articolo di Giuseppe De Luca sul n° 17 di Kairós.
(5) - Friedel Lenz, "Bildsprache der Maerchen", Ed. Urachhaus. Vai al sito della Rivista Kairòs

Articolo tratto da Kairos



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